Politica e Comunicazione di Massa


– ITALIA — il presidente del consiglio “Mario Monti” non teme di diventare impopolare in quanto non è interessato a ricandidarsi, non ha il peso delle elezioni, non ha il peso dell’elettorato italiano. L’elettorato è composto da tutti i cittadini italiani aventi diritto di voto, così il termine “impopolare” significherebbe non rappresentare realmente il popolo italiano, cioè l’insieme integrato di tutti i cittadini. Le istituzioni italiane, i Ministri come il Presidente del consiglio dovrebbero essere rappresentanti del volere di tutti i cittadini italiani e non essere volontariamente ”impopolari” soprattutto quando non sono direttamente eletti, come in questo caso. Immaginiamo un nostro rappresentante politico come il rappresentante di un’azienda. E’ realmente pensabile che un rappresentante possa decidere la politica aziendale contro il volere di chi rappresenta? La logica a volte sembra in netto contrasto con la Norma! A volte però occorre essere molto semplici, addirittura banali per capire come stanno le cose. Chi ragiona in modo lineare e semplice, può capitare che venga liquidato con frasi del tipo “le cose sono più complesse”, “non è così semplice”, “prova a starci tu” (ovviamente a nessuno verrebbe offerta tale possibilità). Affermare che l’impopolarità non sia importante in quanto non ci sono obiettivi elettorali significa alla fine, nella sostanza, che non c’è interesse per il volere della maggioranza dei cittadini italiani, non c’è considerazione dei nostri pensieri, delle nostre idee. Ricordiamo che il governo di “Mario Monti” è in realtà il governo del PD e del PDL insieme. E’ infatti il parlamento che offre fiducia al governo, che vaglia, vota e appoggia le leggi. Quindi vediamo che il PD ed il PDL, quindi sia la sinistra che la destra, potrebbero essere concordi nell’appoggiare la manovra “Salva Italia”. Ma il Partito Democratico, la sinistra di maggioranza, con tale atteggiamento da che parte starebbe? Ed il Popolo delle Libertà, la destra di maggioranza, da che parte sta? A volte vediamo veri e propri giochi di prestigio. Da una parte pubblicamente si critica, dall’altra, dalla parte decisionale si vota a favore di ciò che si critica! Qui entra in gioco il processo di comunicazione politica!
La maggioranza dei cittadini non è direttamente interessata alla politica, lo sappiamo. Quanti di noi conoscono il funzionamento del parlamento, ad esempio? La nostra ignoranza su alcune questioni politiche, economiche e sociali è ciò che permette ai pochi dei gruppi di potere istituzionalizzato di condizionare le nostre scelte, la nostra vita sociale e quindi personale.
Nella comunicazione di massa avvengono processi costanti di condizionamento. La tecnica è semplice. Se si volesse distruggere qualcosa, la comunicazione conterrebbe parole a valenza emotiva negativa (es. “La legge BAVAGLIO”, “i DISSIDENTI”), se invece si volesse appoggiare qualcosa si utilizzerebbero parole e concetti di valenza opposta (es. “Manovra SALVA Italia”). Lo slogan verrebbe poi ripetuto con processi di “mass-market” finché non risulterà di pubblico dominio, ovvero non sarà presente in modo automatico sulla bocca di tutti. Non importano più i contenuti, basta il titolo! E’ lo stesso processo che avviene quando si impara un proverbio. Si acquisisce il concetto attraverso uno slogan, poi spesso si utilizza lo slogan senza che sia più chiaro il concetto.
Esistono processi mediatici di comunicazione politica legati anche alla tecnica dell’omissione. Questo governo di transizione in fondo potrebbe far comodo ai partiti maggiori o a quelli che ambiscono a diventarlo. In questa fase di attesa delle elezioni del 2013, ogni partito può organizzarsi e riorganizzarsi senza necessariamente mettere la faccia nelle questioni del governo pur, nei fatti, appoggiando il governo stesso e le sue decisioni. Una situazione di questo tipo potrebbe portare vantaggio a chi sta cercando nuove forme di coalizione per emergere come novità politica, con personaggi di spicco di ambienti politici, culturali, professionali ed economici. Se ci fossero le elezioni subito nessuno avrebbe sufficiente organizzazione per poter sostenere un governo stabile per i prossimi cinque anni quindi sembrebbe esserci un vero e proprio ”mercato politico” in questo momento, spostamenti, organizzazioni tese a creare nuove squadre. Così alcuni partiti e personaggi politici potrebbero evitare di mettersi in primo piano in questa fase, quasi come se non esistessero, quasi come se fossero marginali, sullo sfondo.
PD e PDL sono i partiti attualmente più grandi, ma tutti sappiamo che si sta organizzando il terzo polo. PD e PDL, quindi sia la sinistra e che la destra italiane, sono entrambi nella maggioranza in questo momento, sono entrambi sostenitori (pur accennando qualche critica) del governo di “Mario Monti”. Quindi i partiti di maggioranza, di destra o di sinistra che siano, sostengono il governo attuale.
La tecnica dei partiti minori è diversa. A loro conviene emergere proprio ora, alzare la testa e far sentira la propria voce, quando gli altri, i partiti di maggioranza, sembrano assopiti, in secondo piano, nascosti in attesa di tornare in primo piano durante le elezioni. I partiti minori approfittano di tale situazione spesso con comunicazione di contrasto rispetto alle scelte del governo, al limite a loro vota contrastati da altri partiti minori che ambiscono nel 2013 ad entrare in una o in un’altra coalizione che più potrebbe regalare qualche poltrona. I partiti minori così facendo cercano di raccimolare voti, recuperare elettorato per arrivare a soglie tra il 6% ed il 10%. I voti ambiti dai “minori” sono soprattutto i voti degli “alternativi” e di coloro che vivono l’attuale disagio come un disagio causato dai partiti di maggioranza. In genere i partiti minori sono appoggiati da movimenti ovvero da organizzazioni non associative che sostengono specifiche “cause” e che, in pratica, metteranno tali cause sul piatto della bilancia, sotto forma di voti, durante la fase elettorale.
Stiamo comunque vivendo una situazione di enorme disagio, di crisi politica quindi di crisi nell’organizzazione sociale prima ancora che economica. In fondo la crisi economica è una crisi “psicologica” che porta lesioni nel tessuto sociale, reali e concrete. Possiamo paragonarla ad un disturbo “psicosomatico” la cui soluzione è nell’eliminazione della causa che mantiene il sintomo e non nell’uso di farmaci palliativi! E’ quindi nel cambiamento di atteggiamento, un cambiamento che sia però basato su una maggiore fiducia nell’autonomia decisionale di ogni cittadino.
La questione sociale italiana sembrerebbe invece focalizzata esclusivamente sugli aspetti economici ma si dimentica, a volte con troppa superficialità, che davanti a tutto questo ci sono esseri umani. In situazioni di disagio sociale come queste, quando incrementa la distanza tra il volere della maggioranza dei cittadini e il volere di chi dovrebbe amministrare la “cosa pubblica”, quando il contrasto diviene imponente allora c’è un incremento della tensione sociale, una tensione che si riversa nella “psicologia” di ogni singolo essere umano. La sensazione d’impedimento nell’esercizio della libertà individuale porta con sé il rischio, sempre troppo alto per correrlo, che si possano creare focolai di violenza sociale la cui intensità sarebbe esponenzialmente proporzionale alla sensazione claustrofobica di carenza di libertà. Maggiore è il controllo istituzionale o la sensazione di essere controllati, maggiore è la sensazione di disagio e carenza del senso di essere autonomi.
L’organizzazione politica deve tenere in considerazione i concetti di benessere e di libertà che, è importante, non dovrebbero essere soltanto delle parole vuote. L’organizzazione politica non deve mai entrare in contrasto con l’intelligenza delle persone, mai sottovalutare le capacità di ogni cittadino, mai mortificarne la capacità ideativa ed organizzativa. C’è bisogno di una politica della trasparenza che sappia rispettare l’autonomia decisionale di ognuno di noi, che sappia parlare in modo chiaro e veritiero, una comunicazione coerente. Una politica del benessere non è una politica meramente economica ma organizzativo-sociale. Non è il livello economico a determinare il benessere di una società. Il benessere inteso come ricchezza può essere in antitesi con il benessere come stato psico-sociale. Come suggerisce la teoria emotocognitiva dello scienziato italiano Marco Baranello, il senso di volizione, l’esperienza di ogni essere umano di essere artefice della propria esperienza, è il requisito fondamentale per sviluppare sensazioni di benessere quindi sviluppo sociale, economico e culturale. Nelle società la cartina tornasole del disagio è rappresentato ad esempio dall’incremento dei suicidi che, secondo Baranello, avverrebbero nel momento in cui, in un determinato momento, definito “qui-e-ora”, la persona sperimenterebbe l’assenza di senso di volizione, l’incapacità di essere agente diretto nel determinare le proprie scelte (Baranello, M. 2011).
Nella situazione sociale attuale c’è un enorme disagio, una diminuzione sociale del senso di volizione. Seguendo la linea logica del Dott. Baranello potremmo ipotizzare nel presente e nel futuro più prossimo un incremento di azioni dirette, individuali come il suicidio, o sociali come rivolte, atte a tentare in modo repentino, una modificazione di una situazione socio-politico-economica che potrebbe essere vissuta come asfissiante.
Come persone, come cittadini italiani, oggi sentiamo difficoltà nell’esercizio della nostra libertà di scelta. Scienziati, operai, artisti, dipendenti, liberi professionisti, piccoli imprenditori, lavoratori precari, si trovano tutti in un sistema, l’Italia, in cui l’iniziativa personale sembra quasi sempre ostacolata, rallentata. Da una parte ci sono gli scienziati che vivono il peso, spesso inquisitorio, di accademie e ordini professionali, costretti a fuggire verso paesi in cui ci sia la possibilità di sperimentare libertà, in cui la propria creatività scientifica sia valorizzata, mentre in Italia subirebbero, nella migliore delle ipotesi, una censura. Ci sono gli operai che risentono dello smantellamento di aziende che per poter mantenere lo status economico degli investitori si trovano costrette a migrare verso paesi in cui sia possibile ridurre i costi della manodopera. Aumentano i cassaintegrati, vengono inseriti in contesti formativi “pagati” pubblicamente, spesso del tutto inutili, aumentano le persone sopra i 50 anni che perdono il lavoro e che potrebbero trovare difficoltà ad essere ricollocati. Aumentano però coloro che tentano la strada della libera impresa, ma la maggioranza, schiacciata da burocrazia e dall’elevata tassazione (in particolare l’assurdità degli anticipi, cioè del pagamento sul non ancora guadagnato), si troverà a chiudere l’impresa entro i 3 anni. Maggiore poi è il controllo dall’alto minore è la sensazione di fiducia che viene offerta al cittadino e maggiore sarà la sensazione di carenza di libertà, di autonomia. Questo determina di conseguenza un atteggiamento lavorativo spesso superficiale, una riduzione del livello qualitativo del prodotto o del servizio offerto; ciò avviene perché aumenta la fatica e diminuisce il benessere ed allora l’organismo umano tende a equilibrare tra costi e benefici anche dal punto di vista psicologico! Da un punto di vista economico addirittura ciò che si può detrarre è soltanto una percentuale su ciò che si è realmente speso ed è davvero difficile sostenere tutto ciò per un autonomo o un’impresa. Un’assurdità se ci si pensa in termini logici. Se spendo 100 euro ne posso detrarre, ad esempio, 19, quindi sono tassato come se avessi ancora in tasca 81 euro che, nei fatti, nella realtà, non ho! Poi mi viene chiesto di pagare in anticipo su ciò che ancora non ho guadagnato… un disastro in ogni senso che porta i cittadini a nutrire sfiducia e paura nelle istituzioni, in quelle istituzioni create invece per la tutela di tutti noi, della nostra libertà e che, invece, diventano la nostra camicia di forza, il primo impedimento all’esercizio della nostra libertà. In questo caso come non ricordare “fuga dalla libertà” di Erich Fromm.
L’Italia sembra oggi un paese dove il rapporto tra “istituzioni” e cittadini sia basato su atteggiamenti paranoidi provenienti dall’alto. C’è una sfiducia nei cittadini da parte delle istituzioni. Un cittadino italiano oggi vive con la paura delle istituzioni, con la paura che qualcuno possa portare via quel poco che si ha, quel poco di libertà, o addirittura ciò non si ha! Chi è sempre stato nascosto, continuerà ad esserlo, anzi, con una politica del controllo, si estenderà una comunità del sommerso, una sotto-società. Aumenterà il GAP tra ricchi, sempre più ricchi, fascia media più impoverita costretta ad essere solo “forza lavoro” sempre con l’acqua alla gola, e aumenteranno i poveri, sempre più poveri. Di conseguenza ci sarà un aumento della micro-criminalità, un aumento del tasso di suicidi, un aumento dei furti, un aumento della criminalità organizzata.
Abbiamo oggi bisogno di una nuova forma di organizzazione sociale, non più discendente, non più piramidale in senso classico, non più basata sul concetto matematico di benessere, ma su un concetto più psicologico di salute e benessere condivisi, abbiamo bisogno di un’organizzazione funzionale di tipo psico-sociale basata su un nuovo umanesimo, dove la persona sia al centro della propria esperienza, dove ci sia maggiore libertà e autonomia decisionale, maggiore fiducia nel cittadino. Questo può essere possibile solo se le attuali istituzioni ridessero reale e piena fiducia ad ogni persona attraverso ad esempio una riduzione della burocrazia, un ripristino dei rapporti commerciali diretti tra cittadini nello scambio di beni e servizi. Questo permetterebbe anche un aumento dei movimenti di denaro e una riabilitazione socio-economica. Il rischio di regressione culturale è, lo ribadiamo con preoccupazione, troppo alto e può portare con sé un’insoddisfazione tale da causare danni che possono costituire un terreno fertile per forme di violenza personale e sociale che nessuno di noi vorrebbe.


a cura di

REDAZIONE NEWSMEET

come citare questa fonte (norme internazionali)
Redazione (2011)
Politica e Comunicazione di Massa
newsmeet.net, Roma 13 dicembre 2011


Riferimenti Bibliografici

Baranello, M. (2011). Comprensione e prevenzione del suicidio nella teoria emotocognitiva. www.psyreview.org, Roma 11 febbraio 2011.

 

Un Commento a “Politica e Comunicazione di Massa”

  • Renato:

    I cittadini italiani hanno paura delle proprie istituzioni, temono i propri rappresentanti. Questo è il segnala inequivocabile della fine di una democrazia.

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